mercoledì 30 luglio 2014

Occhi liquidi


Sono distratta, non guardo le persone con attenzione; così le dimentico subito.
A volte però mi fisso, senza quasi accorgermene, con l'espressione trasognata, curiosa e un po' scema dei bambini che indagano il mondo e le cose cercando di catturarne il più possibile. Quando qualcosa attira la mia attenzione, allora starei a guardarla per ore.

Hai gli occhi... Cerco la parola, quella giusta, quella che dica esattamente ciò che mi sta tanto agitando dentro. Devo sembrare una vera idiota sovreccitata. Liquidi. Hai gli occhi liquidi. E quando glielo dico diventano ancora più liquidi. Come il mare, come l'oro fuso e altri metalli sciolti, come la lava. E ridono, probabilmente ora ridono di me, ma l'importante è che lo facciano. Mi immergo del tutto; con tutta la testa e i capelli sciolti, e apro gli occhi. Sott'acqua, mi sento già più forte. Mi sento instabile. Mi sento viva.
Dovremmo sempre fare i primi passi in mare, dove ci sono i sassi e poi non si tocca più. In costante equilibrio precario. Siamo portati ad azionare decine di muscoli che ci consentano di restare stabili, ma senza sforzo.
Sostanza in movimento, spero che non smetta mai.
Si muovono e mi svegliano; un battito di ciglia mi riporta qua. Sono così lunghe che arrivano fino a me.
E allora la smetto, chiudo gli occhi e poi li riapro.

L.



sabato 17 maggio 2014

Raccontati



Oggi ho imparato questo: non mi devo inquadrare. Non devo rincorrere le parole che si incodano assillanti da qualche parte nella mia testa e afferrarle a tutti i costi. Mi posso inseguire, ansiosa, senza raggiungermi mai. Posso farlo. Il fatto è che quando scrivo, a volte, ho l'ansia. Mi capita soprattutto la notte, fonda. Arriva un pensiero, di parole, che si rotola su se stesso e si srotola e si moltiplica. Così sento il bisogno di fissarlo, di scrivere per non perderlo, ma va troppo veloce senza finire mai: non può finire, l'ultima parola sarà sempre la penultima, ogni volta che verrà detta avrà mille nuove vite che a loro volta avranno altre mille vite. Ma oggi ho capito che la mia ansia va bene, devo farmi invadere dalla mia ansia. Per citare Foucault: "Non chiedetemi chi sono, e non chiedetemi di restare lo stesso. Ma voi pensate davvero che io ci metterei tanta fatica e tanto piacere a scrivere, credete che mi ci sarei buttato ostinatamente a testa bassa, se non preparassi - con mano un po' febbrile - il labirinto in cui avventurarmi, in cui spostare il mio discorso, aprirgli dei cunicoli, sotterrarlo lontano da lui stesso, trovargli degli strapiombi che riassumano e deformino il suo percorso, in modo da perdermici e scomparire finalmente davanti a occhi che non dovrò più incontrare?".
Non posso negare l'amore alle parole. Filologia. Non posso ignorare il gioco delle parole, che del resto sta lì insieme agli altri giochi della vita. Perché? Perché io vivo attraverso le parole.

(UT)

Raccontati, parlati,
sei tutta una favola
non diventare notizia 
resta mito, reinventati

poi leggiti, scriviti,
annotati, sempre:
che tu non dica poi
che non sei mai esistito...

Gianni Toti


Ecco perché.
Blablabla. Paroliamo e paroliamiamo.
L.

venerdì 28 marzo 2014

Comunicazioni difficili

Quanto é difficile comunicare, comunicare bene. Le parole sono tanto preziose quanto ambigue; potenzialmente legame, e al tempo stesso ostacolo, occasione di incomprensione pericolosa, in alcuni casi persino perversa.
Ci si aspetta che io impari a farlo bene, studiando comunicazione. Desolata, un'altra cosa che non riesco a fare. Forse il motivo sta proprio nella mia ansia di dire, di arrivare: spavento la gente. Un po' di colpa la riservo anche all'opinione delle donne che il genere femminile stesso ha contribuito a creare negli anni. Da sempre, per motivi a me ignoti, la femmina si diverte a dire A invece di B(che poi non è proprio B), sottintendendo un po' di C, ed ovviamente rendendo pienamente comprensibile il tutto solo tenendo presente D. È teoria dell'adattamento; l'uomo ha imparato in fretta, portato a rielaborare ciò che diciamo, ad esasperarlo, a cercarne i significati nascosti, ad analizzarne le intenzioni, e in alcuni casi di soggetti più sensibili, addirittura le figure retoriche. Ora, io non me la sento di condannare il genere maschile. La scelta di questo approccio analitico non è che la naturale conseguenza alla nostra ostinazione alle perifrasi e all'ermetismo.
Ecco, scegliere come comunicare è un po' come scegliere tra amare e odiare. Questo gusto per l'indovinello, la poco sana abitudine di usare "non me ne frega niente se non ci sei" come sinonimo di "non so stare senza te", "scusa sono un po' stanca"/"mi farei sotterrare viva piuttosto che fermarmi un secondo di più qui con te", "è la prima volta che metto questo vestito"/"ti piace?Dimmi subito che sono bellissima", dimostra come il linguaggio può creare, anzi volere, cercare il fraintendimento; ma quando succede, si dà  nella forma paradossale di un legame che divide, un collegamento che mira alla separazione. Nella sua natura di unione, si annulla. Una contraddizione, come l'odio, che è incoerente, eppure pretende di essere legame.
La mia mente non è impostata per contenere tanti contorti sottoinsiemi di concetti, non è in grado di elaborare nemmeno il più semplice inseguimento di idee: dico quel che penso, così come lo penso. Ok, probabilmente il più delle volte mi impegno a tal punto da risultare eccessiva: cerco le parole più giuste, le esamino, le contestualizzo, blablabla. Mi sto sulle palle da sola. Frettolosa, smaniosa, ma insieme ossessionata dalla frase perfetta. Dovrei far pace col cervello. Ma il punto è ancora un altro: ecco che, alla fine, tutto il mio precisissimo lavoro per arrivare al punto, viene smontato; nel momento in cui riuscirò a spiegare esattamente ciò che penso, l'universo maschile si sentirà in dovere di tradurlo ribaltandone il significato.  
Probabilmente è anche per questo che non so essere interessante, senz'altro non abbastanza. Dovrei imparare le strategie necessarie, dire poco per volta, lasciar sottintendere. Sarebbe davvero diverso se riuscissi a limitarmi, se mi esponessi di meno? Vince chi fugge, dicono. Non c'è sentenza che odi di più. E se è così credo che sarò destinata a perdere. Oppure incontrerò un pazzo, talmente pazzo da restare anche se sarò esplicita, anche se non conoscerò le regole. Talmente pazzo da restare se io resto.

L.

venerdì 21 marzo 2014

Non fate scappare le fate

Tre mesi di silenzio, sono fatta così.
Alcuni dicono che non sono in grado di portare a termine le cose, che le inizio per poi lasciarle lì. Fermo restando la pausa esami della sessione invernale, devo ammettere che sono nel pieno di un blocco creativo. Il fatto è che ho i miei tempi, e i miei umori: questo è un periodo blu. Come quello di Picasso, solo che lui dipingeva. Io non faccio nulla, sono una persona inconcludente. Un periodo blu e letargico; ma a differenza di ghiri e tenere marmotte in ibernazione, io non preservo le mie energie: non fare assolutamente nulla è l'attività che mi stanca di più. Ci vuole onestà intellettuale; in questo periodo di nullafacenza ho dormito a qualsiasi ora, fissato muri, ed evitato accuratamente qualsiasi attività che fosse anche solo vagamente produttiva.
Eppure continuo a pensare che tutti i periodi abbiano una loro importanza.

Alle elementari, nei giorni un po' più speciali, arrivava il maestro Gabriele. Chiudeva le tapparelle e metteva le sedie in cerchio, poi ci raccontava delle storie. Ricordo solo vagamente, tranne una filastrocca, che non ho ancora dimenticato.
"Ssssh, silenzio, silenzio, non sussurrate. Non fate scappare le fate".
E invece io non sono mai stata capace; parlavo tanto, decisamente troppo. Il fatto è che ho sempre sentito il bisogno di esplicitare, di tirare fuori, di esternare.
Come al solito mi dilungo, mentre quello che volevo dire è estremamente semplice. Detto da una che non riesce mai a stare zitta, anche e soprattutto quando dovrebbe; spesso si dimentica l'importanza dei silenzi. Spero che il mio silenzio, pur nella mia inattività, abbia avuto una sua importanza, e forse addirittura un senso.
Ah, è pure primavera.

Ciao,
L.




sabato 4 gennaio 2014

Svolte

Ho aspettato un po' prima di scrivere; quattro giorni dentro ad un nuovo anno, in cui mi sono lasciata invadere da sensazioni nuove. Mi sembra quasi strano, anche solo pensarci, ma è una diversità tutta positiva, quindi, anche se non ne ho il controllo, credo che mi ci butterò dentro.
Alla svolta allo scadere della mezzanotte, al "tre, due, uno" ed è tutto diverso, non ho mai creduto; eppure, le cose inaspettate sono sempre le più belle.
Inaspettate come quegli occhi e quella bocca, come guardare una persona nuova, come quel minuscolo puntino brillante che si è acceso da qualche parte dentro di me. Senza rendersene conto pensare: "ehi, mi piace". All'improvviso, a prescindere da ogni possibile implicazione o da qualsiasi conseguenza, una vertigine di felicità.
Avevo solo un amore, consumato ma pesante, il mio muro, impossibile sta spostare o da scalfire, un peso sul cuore, sulla testa e sullo stomaco. È come se quel sentimento invadente, che non mi faceva muovere, stesse facendo spazio ad un'altra sensazione, che non avrei ma pensato di poter provare. Dentro di me si è creato un piccolo posto, per qualcos'altro, per qualcun altro. Spero che si allarghi.

Ho un amico che quando sente le vertigini ha paura, e non si butta. Si allontana con quell'aria da duro, che in fondo non gli riesce troppo bene. Mica scemo, lo riconosco. Il fatto è che non sa come comportarsi; quando il cuore si fa traballante, ci sentiamo tutti un po' più piccoli. Beh, oggi gli auguro di avere paura ancora per un po', perché vorrà dire che non sarà tornato indietro. Sono certa che quando aprirà gli occhi, tra le mani avrà solo le sensazioni più positive.
Quando più ne avrai bisogno pensa a me; pensa alla tua amica, che sicuramente sarà messa peggio, e a quando ha confessato a quel ragazzo che conosceva da appena 48 ore che gli piaceva il suo profumo.

Vi auguro un 2014 pieno di vertigini.
L.


sabato 28 dicembre 2013

Giorni burrosi, bagnati, e bui




Se dovessi racchiudere questi giorni di vacanza entro poche parole, userei tre "b": burrosi, bagnati, e bui. Dopo aver celebrato uno dei piaceri della vita, mangiando ininterrottamente per circa una settimana, ora, ahimè, rotolo. La verità è che l'ingrediente segreto, ciò che rende tutto così morbido, corposo e scioglievole in bocca, è il burro, e i francesi lo sanno bene (a tal proposito penso che, inoltre, questa parola nella loro lingua sia ancora più piacevole al suono: beurre. Non trovate?). Adesso, però, è giunta l'ora di ritrovare un equilibrio, motivo per cui ho deciso che gennaio sarà all'insegna della remise en forme (il tutto sarà reso più facile dalla segregazione a Pisa in vista del tour de force pre esami, motivo per cui forse scriverò un po' più raramente). 
Giornate bagnate, dicevo, o meglio burrascose. A tal punto che il mio paesino ligure, di piane e muretti di pietra, non ha resistito e ha rovinosamente franato (qui a S.Saturnino ci stiamo ancora evolvendo). Bui, quindi, per questo cielo scuro, ma un pochino anche per il mio nodo. E non un nodo semplice, è più una gassa d'amante doppia (ormai sono un'intenditrice), che mi stringe la gola e mi fa respirare male.
Magari l'anno nuovo sta arrivando apposta, per aiutarmi a ricominciare, o forse è solo una formalità della mia testa. Nella lista per il 2014, comunque, voglio mettere un po' di serenità, tutta per me. Ehi magari capiterà,  magari cadrò per terra, sbatterò la testa e grazie ad un'improvvisa amnesia riuscirò a far spazio a qualcuno, a qualcun altro. 

Ho sparso un po' dappertutto il colore della sciarpa, agitandola come una bimba, ma d'altronde questo è l'effetto retrograde che hanno su di me le stradine e le piazzette di S.Saturnino, dove giocavo da piccola. 

L.











domenica 22 dicembre 2013

Anni felici



Oggi voglio parlarvi di un film, un esempio della grazia dei gesti più piccoli, che più che mai ci riportano alla nostra vita vera. Anni Felici, di Daniele Lucchetti, è uscito al cinema il 3 ottobre, restandomi prepotentemente dentro.
Dimostrazione che lo sguardo del cinema italiano non è precipitato in un'ottica unidirezionale, eccezione consolante, sfiora la storia di ognuno di noi parlando dell'esigenza di libertà, della ricerca delle felicità, della bellezza e dell’amore. Per questo emoziona, per questo con tutta la forza di un cine-pugno fa scendere lacrime calde di vita(e va bene,anche perché io sono sensibilmente compromessa). 
Poi c'è Kim Rossi Stuart(Guido), che è un figo-punto-e riuscirebbe a dare spessore a qualsiasi storia, anche la più semplice, proprio come lo sono le nostre. Insieme a lui Micaela Ramazzotti(Serena), tanto bella quanto brava. 
La trama non ve la racconto, nella speranza di avervi insinuato almeno un briciolo di curiosità per questo bel film, per Serena, che forse ha perso una parte di sè dandosi agli altri, e per suo marito Guido, che senza rendersene conto la ama, e che ha bisogno di lei, ma non trova la capacità di accettarla.

Non rinunciate a ciò che vi fa sentire bene, completandovi; proprio come quell’estate del '74, in cui siamo stati felici ma non lo sapevamo.

L.